Ho meditato a lungo prima di decidermi a scrivere questo contributo e condividere la mia esperienza sull’imprenditorialità: il timore di poter essere frainteso e di alimentare polemiche poco edificanti mi ha trattenuto a lungo dal farlo, ma l’orgoglio e la voglia di raccontare la mia storia hanno, alla fine, avuto il sopravvento.
Ho 37 anni, ho lasciato gli studi a due (inutili!) esami dalla laurea triennale in informatica e faccio l’imprenditore, nel mondo dell’information technology.
Fin dai tempi del liceo ho sognato di avere una attività mia: pensiero atipico se si hanno mamma insegnante e babbo manager. Eppure, a volte, i nostri sogni ci rendono davvero profeti del nostro futuro. Nel 2003, quasi per caso, mi sono trovato a sviluppare un software (Alisea) e poi fondare MIND Informatica con un compagno di facoltà (Leonardo) e una persona che avevo conosciuto appositamente (Fabio).
Non avevo la benchè minima idea di cosa volesse dire “fare l’imprenditore”.
All’epoca non esistevano le “srls” da 1 euro: il capitale sociale minimo era € 10.000 e li versai con i due colleghi investendo i miei risparmi, guadagnati facendo consulenze presso aziende del territorio.
Per molti anni le vicissitudini aziendali, le difficoltà nel riuscire a crescere, la mancanza di esperienze familiari imprenditoriali a cui appoggiarsi, concorrenti commerciali inattesi (il Ministero dell’ambiente, col SISTRI) hanno avuto la meglio sulle soddisfazioni economiche. Ma non hanno mai intaccato la mia fiducia e la speranza di poter “rendere” qualcosa di personale al mio territorio.
Sono stati anni davvero difficili: tante, tantissime volte mi sono chiesto se sarei mai riuscito a vivere del mio lavoro. Un lavoro che nessuna scuola insegna, che nessun corso specializza, ma che è fatto solo di passione, esperienza e, diciamocelo, anche un po’ di culo.
Ho preso il mio primo stipendio (assolutamente non da “prenditore”) nel 2011, quando già da qualche anno avevo almeno un dipendente a busta paga: già perchè se i soldi non si mettono in azienda quando la si fonda, bisogna comunque lasciarli anno dopo anno. Ho rinunciato a viaggi, a vizi, a macchine, a fare la “bella vita”: roba che molti miei coetanei si potevano permettere da dipendenti, o specializzandi, o apprendisti. E‘ anche grazie al sostegno della mia famiglia che ho potuto perseverare.
Da pochi anni e dopo tanto “tirare la cinghia” stanno arrivando anche le soddisfazioni economiche: non vado in giro con una Porsche ma con un Maggiolino Cabrio (il mio sogno da sempre). In tutti questi anni, conti alla mano!, ho versato decisamente molti più contributi e tasse di quanti soldi mi sia messo in tasca.
MIND Informatica oggi riesce a pagare il lavoro dei miei colleghi (di cui uno, Simone, è diventato per nostra fortuna socio!) che sono per me come figli. Non siamo sicuramente l’azienda perfetta e non sono certamente un imprenditore perfetto (non si finisce mai di migliorare, giusto?): ma i principi e i valori che i miei genitori mi hanno insegnato stanno alla base del mio modo di fare impresa e credo che questo venga apprezzato anche dai nostri clienti.
Sentire un vice premier che si permette di additarci come “prenditori” mi ha fatto arrabbiare e mi ha ferito. E’ un po’ se generalizzassi dicendo che i dipendenti sono lavativi o che gli statali sono furbetti del cartellino o che i politici sono ladri. Non lo credo, perchè non credo che sia la categoria a (s)qualificare una persona.
Sono orgoglioso di fare l’imprenditore e sono fiero di me stesso, ogni mattina, quando entro in ufficio e ho la fortuna di incontrare lo sguardo dei miei colleghi: sono un piccolo, ma tangibile risultato che tutti possono essere “renditori” e che giudicare, soprattutto a spanne, è un esercizio facile per chi “non fa”.
(quanto sopra doveva essere una lettera aperta destinata ad un quotidiano fiorentino che non ho mai voluto pubblicare)
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